La Cascina Forestina: una forma di vendita diretta nel basso milanese

Sarebbe essenziale porsi preliminarmente una domanda: qual è oggigiorno il destino dell’agricoltura lombarda?

Ovvero di un’antica, millenaria, nobilissima tradizione: sapientemente irrigua nel Basso milanese e ovunque capace di mutare un paesaggio naturale ostinatamente silvestre e ostile in un piano o in un ondulata collina portati a perfetta coltura, giusta la diffusa, perseverante e secolare fatica tanto ammirata da Carlo Cattaneo (Notizie naturali e civili su la Lombardia, Milano 1844).

Certo, sposare le direttive della nuova politica agricola comunitaria, intesa a promuovere forme di coltivazione a basso impatto ambientale (metodi biologici, conduzione integrata, buona pratica agricola) nonché il concetto di multifunzionalità, vale a dire la capacità d’intraprendere varie attività in seno all’azienda agricola (gli agriturismi didattici, di pernottamento, di ristorazione e altro ancora) mirate a integrare un reddito rurale sempre più risicato, socialmente ed eticamente offensivo, al punto da smuovere e cronicizzare una crisi del comparto. Ma anche favorire ed estendere ogni possibile forma di vendita diretta, di sovversiva e – ci si perdoni l’ossimoro – democratica economia, a fronte della lievitazione dei prezzi a tutto danno di produttori e consumatori, sempre più abbandonati agli automatismi del mercato.

Perché qui è il punto e la scommessa: ristabilire un rapporto non mediato fra agricoltori e acquirenti, come a dire un contatto culturale, di linguaggio, sempre più scollato dal secondo dopoguerra ad oggi, al fine di ricomporre un equilibrio mancato, una consapevolezza, una certezza di scambievoli valori.

Tornare ad acquistare in cascina, sul territorio: guardare, scoprire prima di comprare. Avvicinarsi, quanto più possibile, all’atto del produrre: non isolare un feticistico oggetto da palato. Conoscere l’aspetto, i metodi, l’economia di un’azienda: commisurarli alle proprie attese.

Trovare una via: un terreno d’incontro, una reciprocità.

Ovvero un mattino, poniamo d’aprile: e un grande orto. Pronti da cogliere: spinaci, erbette, cicorino a mazzetto di Milano, lattuga parella bianca e rossa, lattuga ricciolina…Le medesime verdure descritte da Bonvesin da la Riva nel De magnalibus urbis Mediolani (1288) come caratteristiche degli orti ambrosiani, acquistate in seno alla città o appena fuori porta, a saldare un rapporto vitale, economico e morale.

Poi, appena discoste, le carote ogni giorno più fonde nel terreno sciolto, sabbioso: e le zucchine che attendono il frutto, sotto la volta appena imperlata dei tunnel. O i piselli già ben cresciuti e le patate ariose sotto il sole. Vi si muovono in mezzo curiosi o già esperti raccoglitori, armati di ceste e coltellini, chini e operosi sulle file o distratti da un gioco del vento: da un’improvvisa fioritura, nel bosco.

Ad ogni dubbio, anche a una sola esitazione, soccorrerà il consiglio del coltivatore, che a quell’esperienza ha deciso di schiudere il suo orto. Per sfuggire all’inganno, per destinare il proprio lavoro, per rompere tanti inutili e dannosi passaggi, per intuire e raggiungere il consumatore consapevole.

Chi scrive non può non ricordare la sua prima esperienza di produttore biologico a contatto con le leggi del mercato: patate rosse, sane e saporite da una parte; dall’altra il maggior distributore allora (1996) del comparto in Italia.

Prezzo “convenuto” all’origine, lire 475 al kg: rivendute a lire 1.100 ai negozi specializzati e quindi a 3.300 agli ultimi destinatari, ovvero a tutto deprecabile danno degli stessi e del produttore, senza dire del prodotto consegnato a tante celle e tanti viaggi quanti bene potete immaginare.

Perciò si è voluto accennare a una reciprocità: se vogliamo a una reazione che ristabilisca la verità e la salute (la salvezza?) di un rapporto, troppo spesso violentato da codici estranei ad altre certo esperibili possibilità. Quelle patate nel ’96 erano vendute in cascina a 1.000 lire al kg, così come oggi mutatis mutandis possiamo offrirle a 1.00 Euro, senza lunghi trasporti e intermediari.

Raccogliendole noi, non essendo – è bene specificarlo – un raccolto destinabile ai nostri clienti, ben lieti del resto di tagliare tante altre verdure e di spiccare altrettanti frutti. In un contesto ambientale – un’azienda agricola – capace di suggerire un approccio culturale sempre destinato a superare i soli atti della vendita e dell’acquisto: l’occasione di una passeggiata, di una conversazione con amici sotto un porticato, di una frugale convivialità, di vivaci iniziative (cori, convegni, feste di solidarietà) imbastite con privati e gruppi di acquisto. Con questi ultimi, in particolare, abbiamo inaugurato un dialogo di programmazione colturale (calendario e tipologia delle semine e dei raccolti), ricco di scambievoli benefici e costantemente aggiornato lungo l’intero arco dell’annata agraria.

E con loro il 30 settembre 2006, in seno al Punto Parco Cascina Forestina, è stato organizzato un convegno sul rapporto fra i produttori del Parco Agricolo Sud Milano e l’economia solidale (“Vado a cogliere nell’orto…” – Esperienze di vendita diretta e consumo consapevole nel Parco Agricolo Sud Milano) premiato da un centinaio di partecipanti rappresentativi di una composita società (famiglie, gruppi di acquisto, associazioni, sindacati, agricoltori, studenti, ricercatori e docenti universitari).

Crediamo sia questo – o comunque non lontano di qui – uno dei possibili destini dell’agricoltura non diciamo lombarda, ma europea.